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Lo spettacolo teatrale di Bruno Tinti

Anteprima nazionale al Teatro Due di Parma - 12 maggio 2009 - ore 21

Pigliamola da lontano. In qualsiasi Paese, se due persone non vanno d’accordo possono risolvere il loro problema solo in due modi: applicano una legge che dà ragione ad uno e torto a un altro; oppure fanno a botte e vince il più forte.

Non c’è un’alternativa. O c’è una legge e la si rispetta; o la legge che si applica è quella del più forte.

Ora, questa cosa la sappiamo tutti; solo che la capiamo di solito in un modo un po’ restrittivo: il più “forte” è quello più forte muscolarmente o più forte perché è armato. Tendiamo a credere insomma - perché in questo senso c’è una forte e maliziosa pressione dei padroni dell’informazione - che la “forza” sia solo quella delle armi. Così, quando qualcuno dice che la forza ha prevalso, noi pensiamo alla forza della mafia, alla violenza del terrorismo, allo strapotere dell’esercito e roba simile.

Ma la “forza” non è solo quella.
In una società complessa, come sono tutte quelle nelle quali viviamo, la “forza” ha tante facce.
C’è la forza del denaro, naturalmente. Chi ha più soldi si può procurare gli strumenti più adatti, le autorizzazioni necessarie, le opportune garanzie, gli avvocati più preparati.

E c’è anche la forza del ceto sociale cui si appartiene. Un modesto artigiano non ha mai lo stesso “potere” del funzionario dello Stato o dell’avvocato di affari.

E c’è la forza del gruppo religioso di appartenenza, del partito politico in cui si milita personalmente o cui appartiene l’amico o il parente, della loggia massonica, del branco di ragazzi del quale si fa parte, della tifoseria con la quale si va alla partita, dell’associazione culturale o para-culturale etc..

Questa “forza” viene impiegata ogni giorno, in ogni occasione, da un numero sterminato di cittadini che si servono della “forza” per violare le regole.

Allora. I giudici servono a questo: a fare rispettare le regole...
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XL Extra Legem - Giustizia su misura
di e con BRUNO TINTI
Musiche originali: Valentino Corvino
Violino & live electronics: C_project
Creazioni & live video: Tommaso Arosio
Scene e costumi: Rosanna Monti
Disegno luci: Angelo Generali
Datore luci: Giulio Camporesi
Regia: Franco Travaglio
INFORMAZIONI E BIGLIETTERIA 0521-230242
Scarica il volantino

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Quando facevo il pubblico ministero mi capitava di incriminare imprenditori e politici per corruzione, turbative d’asta, falsi e associazione a delinquere per commettere tutti questi reati. Lo schema era quello abituale: il politico chiedeva soldi per favorire l’imprenditore e fargli ottenere un appalto fregando gli altri imprenditori; oppure l’imprenditore offriva soldi al politico perché lui gli facesse ottenere un appalto etc. Sempre erano coinvolti anche i funzionari (del Comune, della Provincia, della Regione, di qualche ente pubblico) perché poi, alla fine, chi faceva materialmente le gare, chi falsificava i documenti, chi attestava cose false erano loro. Su istruzione del politico ma insomma anche per loro ci scappava una fettina.

Messe insieme un po’ di prove (in genere con intercettazioni prima e perquisizioni al momento giusto - le intercettazioni servono anche a questo: a farti capire quando è il momento giusto per perquisire) chiedevo al GIP di arrestare questi delinquenti. E per la verità non mi è mai capitato di sentirmi dire di no; per quanto mi sforzi, non ricordo una volta in cui il GIP mi abbia detto: non ci sono prove sufficienti.

In verità il problema, per arrestarli, non era mai che non ci fossero prove sufficienti; come ho detto ce ne erano, se no io non avrei chiesto di arrestarli. Il problema era (ed è) che, per arrestare un delinquente, non basta che sia sotterrato dalle prove: è necessario ma non sufficiente. Occorre che ci sia anche uno di questi tre requisiti (articolo 274 del codice di procedura penale), se più di uno meglio; ma almeno uno ci deve essere.

Lo puoi arrestare se sta per darsi alla fuga...
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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI


E’ successo che ho deciso di lasciare la magistratura e di mettermi a fare il cantastorie a tempo pieno; quindi libri, articoli, conferenze, incontri, convegni e … rubrica su Chiarelettere.
Solo che ho dovuto “chiudere” in fretta un po’ di cose (processi, ma non solo) in modo da andarmene, il 1° dicembre, senza lasciare troppo casino.
Inoltre dovevo consegnare (sempre a Chiarelettere) il nuovo libro che uscirà a gennaio (spero) e quindi, anche lì, ho dovuto darmi da fare.
Insomma, chi ne ha sofferto è stata questa rubrica.
Adesso ricomincio.

Tra le tante cose che sono successe, parlerei dell’ultima in ordine di tempo: la nuova (in realtà vecchia) proposta di legge su sospensione del processo quando l’imputato chiede la “messa alla prova”.
Perché nuova ma vecchia? Perché l’altro ieri l’ha proposta il Ministro Alfano; ma a maggio l’aveva proposta l’Italia dei Valori con un progetto di legge molto complesso che, alla fine, prevedeva proprio la stessa cosa con varianti minime e non significative.
Che vuol dire “messa ala prova”? Vuol dire che l’imputato propone un programma (elaborato d’intesa con i servizi sociali) che ha come scopo quello di elidere o attenuare le conseguenze del reato.
Che succede in questi casi? Succede che il giudice valuta la serietà del programma e decide se accogliere la proposta. Se l’accoglie il processo si interrompe e, se la prova va bene, verrà emessa una sentenza di estinzione del reato. Se va male, il processo riprende e l’imputato sarà (se ritenuto colpevole) condannato.

Bisogna dire subito che il progetto Alfano non si conosce, non l’ha letto nessuno perché non è disponibile sui siti istituzionali e quelli che ne hanno parlato lo hanno conosciuto a seguito di qualche fuga di notizie (ci sono anche lì, per fortuna). Però il progetto dell’Italia dei Valori (Li Gotti) è reperibile sul sito del Senato e reca il numero 584; e, come ho detto, è sostanzialmente uguale. Come lo so? Beh, lo so.
In ogni modo, se qualcuno vuole conoscere un po’ meglio questo progetto, può andarsi a leggere il progetto Li Gotti.
Dico subito che, a mio parere, non è un progetto da buttar via.
Intanto alla collettività serve sicuramente di più un imputato che si sbatte per risarcire il danno cagionato o comunque limitare i danni provocati piuttosto di un colpevole che va a farsi mantenere dallo Stato in un carcere.
Anche al colpevole non delinquente per tendenza serve certamente di più un’esperienza di solidarietà con le sue vittime e di lavoro socialmente utile piuttosto che una reclusione in condizioni indegne di un Paese civile.
Per l’Amministrazione carceraria e per quella della Giustizia è un affare: la prima risparmia celle che non ha; e la seconda non fa un po’ di processi e guadagna un po’ di respiro. Così il carcere diventerà un po’ più vivibile per chi continuerà a starci; e i processi che dovranno comunque essere fatti saranno, anche se di poco, un po’ più celeri.

Tutto bene allora?
Beh, sì, se pensiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. No, se ci rendiamo conto che queste belle idee poi vanno realizzate nel Paese dove viviamo.
Sicché bisognerà stare bene attenti.
Per prima cosa bisognerà evitare che questa cosa diventi una comoda scappatoia per i ricchi. E’ ovvio che, se il programma di messa alla prova si ridurrà al risarcimento del danno, allora sarà l’ennesimo strumento di discriminazione sociale.
Quindi bisognerà riempire il programma con un impegno personale, con qualcosa che coinvolga direttamente chi lo propone, che lo assoggetti a concrete forme di attività nell’interesse delle parti offese e della società. Insomma il colpevole deve uscire diverso da questo programma; e anche la collettività deve beneficiare non tanto delle sue risorse economiche quanto del suo impegno, delle sue capacità personali, del suo tempo e della sua solidarietà.
Insomma la messa alla prova dovrà servire a rieducare il colpevole e contemporaneamente a far ottenere alla società un arricchimento in beni e servizi.

Già messa così si capisce quali difficoltà si incontreranno per conseguire questo risultato.
Se il soggetto messo alla prova è un attempato amministratore delegato di una qualche banca o società; o un uomo politico di lungo corso che ha sempre e solo fatto il professionista della politica; insomma se è uno dei tipici esponenti della classe dirigente del nostro Paese; che cosa ci si dovrà inventare per uscire dal consueto circuito del risarcimento del danno? Che gli faremo fare a queste persone per coinvolgerle personalmente, concretamente, nel trattamento di messa alla prova?
E, se si tratta di uno dei soliti emarginati, poveri cristi senza casa e senza lavoro, forse delinquenti per tendenza ma certo anche per necessità; come faremo ad essere sicuri che rispetteranno il programma proposto al giudice? Come faremo per evitare che questo nuovo istituto non diventi l’ennesima scappatoia: propongo la messa alla prova, me la concedono, sto lì un paio di giorni e poi me la squaglio; riprendetemi se siete capaci.
E quale strumentalizzato accanimento ci sarà nei confronti dei giudici, seguendo il consueto copione, ogni volta che negheranno la messa alla prova all’esponente della classe dirigente e la concederanno al povero cristo? Quando il povero cristo approfitterà della possibilità offertagli per squagliarsela e il membro della classe dirigente tuonerà contro il giudice politicizzato che ha respinto sprezzante l’offerta di una congrua somma di danaro.
Perché il problema è sempre lo stesso: il giudice non ha la sfera di cristallo; non può sapere che cosa faranno queste persone che, in quel momento, davanti a lui, sono apparentemente disposte a tutto pur di evitare il processo. Magari sono sincere, magari no. Ma lui come fa a saperlo?

Alla fine penso che questo istituto sia una buona cosa per alcune categorie di imputati: professionisti, artigiani, incensurati cittadini comuni. Tutta questa gente potrà in effetti prestare la propria attività gratuitamente per qualche tempo e tutti se ne gioveranno.
Penso al medico che andrà a curare gli ospiti dei pubblici ricoveri; all’avvocato che presterà consulenza gratuita; all’artigiano che andrà a riparare tubature, mura e apparecchiature varie negli stabili pubblici, a cittadini incaricati di svolgere compiti di volontariato. Tutta gente che presumibilmente rispetterà il programma e che ne uscirà migliore di com’era quando ha cominciato.
Resta il problema dei ricchi e potenti e degli emarginati. Ma in realtà è il solito problema di sempre e dovremo pure arrivare a risolverlo.


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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI


Va bene, le pene sono quelle che sono; e i giudici sono troppo buoni, il massimo non lo danno mai. Ma almeno le scontino queste pene; e non succeda che, dopo pochi anni, gli venga abbuonato quello che gli manca e questi tornino liberi! Magari a delinquere di nuovo. E comunque non è giusto, ha ucciso mia figlia, mio padre, mia moglie, è stato condannato a 30 anni e adesso, dopo 16, è fuori.

Anche questo però è previsto dalla legge. E la legge può essere abrogata, può essere modificata; ma, fino a che c’è, il giudice la deve applicare.

Ora intendiamoci bene; non è che sia obbligatorio concedere la semi libertà (dopo aver scontato metà della pena si esce dalla prigione di giorno, si va a lavorare e si torna la notte a dormire in cella). Si può, anzi si deve, non concederla quando non ve ne siano i presupposti. Dunque quando taluno ha partecipato a rivolte carcerarie, ha picchiato i compagni di cella, non ha voluto lavorare, ha cercato di evadere; insomma quando si è “comportato male”, certo il beneficio della semi libertà non lo avrà. Ma, se durante il periodo di detenzione ha lavorato, ha studiato, ha aiutato i compagni, ha cercato di diventare diverso e migliore rispetto a quello che era quando ha commesso il reato per cui è stato condannato; siamo certi che un po’ di perdono non debba essergli concesso?

A questo punto il problema è, naturalmente, essere sicuri che questa persona, a cui stiamo aprendo le porte del carcere, sia diversa da quel delinquente dietro cui le abbiamo chiuse anni prima. E, per l’ennesima volta (ma credo che lo farò spesso), vi rimando al post del 12 agosto, là dove ho cercato di spiegare che cosa debba intendersi per sentenza “giusta” o “sbagliata” e come sia sempre “giusta” la sentenza adottata nel rispetto della legge e in base agli elementi di fatto e di diritto di cui il giudice dispone nel momento in cui la emette. Perché di giustizia umana si tratta e dunque fallibile.

Certamente le vittime del reato, quelle che vogliono vendetta, non vogliono sentir parlare di “recupero”, di “cambiamento”, di “perdono”; e dal loro punto di vista hanno ragione. Ma, come sto ripetendo anche troppo, vendetta e sanzione sono cose diverse. E se la sanzione diventa ingiusta perché la persona che la deve subire non la merita, meglio dire: non la merita più, allora non è poi male se l’ordinamento ne prevede un ammorbidimento.

Certo, si debbono abolire alcuni istituti perdonistici (sono davvero troppi!); e alcuni che appaiono del tutto irrazionali (mi riferisco alla legge Gozzini) andrebbero quantomeno modificati. E i giudici dovrebbero piantarla di applicare quasi sempre i minimi di pena a tutti, senza differenziare la gravità e il numero dei reati. Spesso 10 furti finiscono con l’essere puniti con un paio di mesi di più rispetto ad un unico furto. Ma riflettiamoci bene prima di indignarci per il lassismo giudiziario e la non certezza della pena: quando Jean Valjean (già ladro per fame, aveva rubato un pezzo di pane) ruba i candelieri a Monsignor Myriel, vescovo di Digne, secondo la legge del tempo avrebbe dovuto finire in prigione e passarvi il resto dei suoi giorni. Ma il vescovo capisce che egli sarebbe diventato un uomo diverso e lo perdona; capisce “quanto” è stato cattivo e “quanto” può essere buono. Chi di noi, avendo un figlio che sbaglia non vorrebbe dargli una seconda possibilità?
Insomma la vendetta è un bene per pochi; la sanzione è cosa giusta per tutti.



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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Ieri la semi libertà a Maso, l’uomo che uccise i genitori per incassarne l’eredità. Oggi la libertà condizionale negata a Guagliardo, il brigatista che uccise il sindacalista Guido Rossa. Tutti discutono. La gente comune non ha dubbi: debbono restare in galera.

Proviamo a ragionare.

Quando ci si occupa di giustizia penale si cade spesso in un equivoco: la pena inflitta al colpevole viene valutata attraverso i sentimenti delle vittime. Così capita che i parenti della vittima di un incidente stradale si indignino perché il guidatore (magari ubriaco) è stato condannato a “soli” 4 anni di reclusione; oppure perché, subito dopo l’interrogatorio del Giudice, è stato scarcerato e posto agli arresti domiciliari. Così capita anche che questi familiari, e magari buona parte dell’opinione pubblica, si arrabbino perché chi è stato condannato a 30 anni di reclusione, dopo “appena” 16 anni viene autorizzato a passare le sue giornate fuori dal carcere, nel quale ha il solo obbligo di far ritorno per passarvi la notte. Insomma, quasi sempre, le pene inflitte sembrano troppo miti e i giudici che consentono al condannato di scontarne solo una parte del tutto irragionevoli.

E’ evidente che simile modo di ragionare confonde due categorie logiche che più lontane non potrebbero essere: la sanzione penale e la vendetta.

E’ ovvio che nessuna pena sembrerà sufficiente alla madre cui hanno ucciso il figlio; ed è anche ovvio che, se potesse essere lei a stabilire quale pena infliggere all’assassino, le probabilità di veder applicata la pena di morte sarebbero rilevanti. E questo appunto è avvenuto per molti secoli, quando la sanzione per gli atti illeciti consisteva nel diritto delle parti offese di vendicarsi; la legge del taglione, il celebre e spesso ancora oggi invocato “occhio per occhio”.

Come tutti sappiamo questo modo di regolare conflitti ed offese è stato abbandonato; principalmente perché troppo squilibrato in favore dei potenti. Le possibilità che hanno i deboli di vendicarsi sono infatti, è evidente, molto inferiori a quelle dei forti. Ecco perché è la Giustizia dello Stato che sanziona le offese che un cittadino reca ad un altro cittadino; e lo fa applicando criteri (la legge) che gli stessi cittadini (si capisce attraverso i legislatori che hanno eletto) hanno ritenuto ragionevoli.

Dunque, per prima cosa, nessuna pena inflitta a seguito di un processo può essere ritenuta troppo pesante o troppo lieve; è semplicemente la pena che il giudice, applicando la legge, ritiene equa per quel particolare caso. E, quando si dice giudice, si intende dire tanti giudici, quelli di tribunale, quelli della corte d’appello, quelli della cassazione. E’ insomma il sistema giudiziario del Paese che ha ritenuto che la pena giusta per quel reato fosse quella e non altra, più grave o più lieve che fosse. Va da sé che per le vittime la pena sarà sempre troppo lieve; e per i condannati sarà sempre troppo grave: ma proprio in questo sta la necessità della composizione sociale dei conflitti: non si potrebbe “stare insieme” se non si trovasse un modo di sottrarre la sanzione dei colpevoli a chi è coinvolto personalmente. Come dicevo, se non si trovasse il modo di sostituire la sanzione alla vendetta. E la sanzione, per definizione, è la pena che si infligge perché così prevede la legge.

Detto ciò, non sarò io, che ho fatto per quasi tutta la mia lunga vita professionale il pubblico ministero, a negare che, dal mio punto di vista, i giudici comminano in genere pene molto più vicine al minimo che al massimo. Anzi, in verità, al massimo non ci si arriva quasi mai. E io mi sono preso la mia brava dose di arrabbiature e di appelli (in genere respinti).

Però. Però, ecco, io non ho fatto sempre il PM. Per 5 anni (quando ero proprio giovane) ho fatto il giudice. E mi piaceva. Mi piaceva studiare le carte, cercare di capire cosa era successo. Mi piaceva studiare le persone, cercare di capire perché avevano fatto quello e quell’altro. Ed ero molto soddisfatto quando, dopo tanto studio e sforzi, credevo di aver capito sia l’una cosa che l’altra. Potevo decidere: era colpevole; oppure era innocente; oppure non lo sapevo, e allora assolvevo.

Sapete che cosa non mi piaceva per niente? Stabilire quanti anni di galera doveva fare questo imputato che avevo deciso che era colpevole, che ero certo che era colpevole. Perché la domanda che mi ponevo sempre a questo punto era: colpevole sì; ma quanto colpevole? E’ un colpevole da 2 anni? O è un colpevole da 5? O magari da 10?. Guardate che questa cosa era proprio difficile. Tanto difficile che io ho deciso che, visto che ero bravo a capire cosa era successo, chi era stato e perché lo aveva fatto, io me ne andavo a fare l’investigatore (il PM) e qualcun altro si prendesse la briga di fare il castigatore (alla fine, prima doveva capire) cioè il giudice.

Provate voi a chiedervi “quanto” è colpevole un rumeno che ruba un pezzo di formaggio al supermercato. La legge dice che deve essere condannato a una pena che va da 6 mesi a 3 anni. Diciamo che è proprio un fatto minimo; un pezzetto di formaggio. 6 mesi? E alla ragazzetta che ruba il rossetto? E al balordo che ruba i CD? E a quello che lo ha già fatto e che continua a rubare? Insomma, a chi dareste 3 (tre) anni?

Naturalmente quando i reati sono più gravi le cose peggiorano. Una rapina è punita da 3 a 10 anni. Allora: un ragazzotto minaccia vostro figlio ai giardinetti e gli porta via il giubbotto. 3 anni, è il minimo della pena (poi non è vero perché ci sono le attenuanti e i riti alternativi, ma stiamo solo facendo degli esempi, come ho già detto, non spacchiamo il capello in quattro). Due balordi rapinano un ufficio postale: 5? Tre balordi rapinano una banca; un paio di drogati rapinano una coppietta in macchina. A chi diamo 10 anni?

Vedete come è complicato stabilire “quanto” una persona è cattiva?

E’ complicato si, ma per il giudice. Per la vittima non è complicato per niente, quello deve andare in galera e bisogna buttare via la chiave. E quando, tanto tempo fa, un ragazzo ubriaco e arrogante investì con la macchina il mio cagnolino io non so che gli avrei fatto. E pensate che il fatto non era nemmeno previsto dalla legge come reato.

Con il che si può passare al secondo problema e quindi a un altro post.

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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Mi ero ripromesso di scrivere sul rapporto tra democrazia e informazione. E adesso mi rendo conto che rischio di mettere in fila una serie di luoghi comuni.
Così ho pensato di utilizzare un esempio.
Ai tempi di Mani Pulite, tranne uno zoccolo duro di politici inquisiti o inquisendi, amici e amici degli amici di questi politici, anche loro in odore di inquisizione; tranne questa gente, tutti erano contentissimi della ventata di aria fresca che faceva volare il putridume della politica.
Poi, piano piano e però sempre più in fretta, il vento è cambiato.
Non è difficile capire perché.

Partiamo da lontano, dai Tre Moschettieri. In Il Visconte di Bragelonne (come tutti sanno, si tratta dell’ultimo volume della serie) Dumas mette in scena la morte di Mazzarino, il Cardinale che governò la Francia per quasi 40 anni; e descrive l’incontro con il giovanissimo Luigi XIV che va a fargli visita sul letto di morte. Luigi chiede a Mazzarino: “Cardinale, voi che mi avete così fedelmente servito e mi avete insegnato tutto quello che so, datemi un ultimo consiglio”. E Mazzarino, con l’ultimo respiro gli dice “Sire non assumete mai più un primo ministro”.
Luigi se ne ricordò sempre, governò senza controlli e senza controllori; diventò il Re Sole, padrone della Francia e, per lungo tempo, dell’Europa.

Così è successo con la nostra classe politica (che però è parecchio meno entusiasmante del Re Sole): Mani Pulite? Mai più! E, scientificamente, si è applicata su un doppio versante: la distruzione del sistema giustizia, attraverso leggi costruite apposta per non consentire il processo penale. e il bavaglio all’informazione.
Sul primo punto abbiamo già parlato un po’ e ancora parleremo.
Ma perché il secondo? Perché il bavaglio all’informazione?

Qui la cosa è un po’ complessa. E’ ovvio che la distruzione del sistema giustizia e, anche, una certa incapacità della magistratura ad interpretare il suo ruolo in maniera organizzata ed efficiente, hanno cagionato malcontento e sfiducia nei cittadini. Nessuno si fida più del processo, della giustizia, dei giudici. Quando la spazzatura è nelle strade la gente se la prende con tutti, anche con gli spazzini; e non le importa molto se le colpe, in realtà, non sono proprio tutte degli spazzini. La gente vuole le strade pulite e se pulite non sono si incazza.

Certo, si potrebbe spiegare che la spazzatura resta nelle strade perché gli amministratori della città non hanno organizzato per tempo discariche ed inceneritori; e si potrebbe spiegare che il processo non funziona perché la classe politica ha fatto tutto il possibile per non farlo funzionare. Si potrebbe spiegare ai cittadini cosa non funziona e di chi è la colpa. E i cittadini potrebbero farsi delle idee, decidere di votare questo o quell’altro, fidarsi di Tizio e non fidarsi di Caio. Insomma si potrebbero informare i cittadini, raccontargli quello che succede e metterli in condizione di avere delle idee.

Eh, già, così ritorniamo ai tempi di Mani Pulite. Così finisce che la gente riesce a sapere, ad esempio, che per i reati di molestie, ingiurie, percosse, lesioni perfino (in molti casi perlomeno) e per un’altra sterminata serie di reati (per esempio il falso in bilancio, eh, eh) non si può mettere in prigione nessuno; che misure alternative un po’ ridicole (l’obbligo di dimora etc.) possono essere violate impunemente; che la valutazione di pericolosità, sussistenza di esigenze probatorie, pericolo di fuga, è stata fatta preventivamente dal legislatore in un modo talmente idiota (furbissimo) da rendere difficilissimo sia mettere qualcuno in prigione sia tenercelo per un tempo adeguato. Così finisce che la gente capisce perché il sistema giustizia non funziona; e a chi giova che non funzioni. Così finisce che i cittadini sanno. E magari non sono d’accordo; e protestano; e votano male (dal punto di vista della nostra classe politica).

Insomma, l’informazione non può essere libera perché non ci si può permettere un giudizio dei cittadini libero. Ed ecco che l’informazione viene negata e trasformata in propaganda, il giudizio reso impossibile e i cittadini trasformati in sudditi.

Quando Montesquieu elaborava la sua celebre teoria della divisione dei poteri viveva in un’epoca in cui l’informazione era sostanzialmente riservata ad una elite di intellettuali, aveva una diffusione limitatissima e non influiva per nulla sulla gestione del potere. Oggi, come è ovvio, le cose non stanno più così. Il potere esecutivo e il potere legislativo sono, nei fatti, uno solo; poiché il Governo impone le sue leggi al Parlamento che le emana come atto dovuto. L’esecutivo inoltre ha in corso una strategia per appropriarsi anche del potere giudiziario in modo da essere immune dal controllo di legalità e orientare l’amministrazione della giustizia in senso utile ai suoi disegni politici o quantomeno con essi non contrastante. Tutto ciò che rimane è la possibilità per i cittadini di rendersi conto di questa rivoluzione strisciante e di opporvisi con lo strumento democratico che ancora posseggono: il voto. Ed è qui che l’informazione gioca il suo ruolo decisivo; ed è qui che l’esecutivo tenta di incidere imponendole limiti che diventano veri e propri bavagli.

Al prossimo post per qualche altra considerazione..

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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Per continuare sul tema della responsabilità civile dei magistrati non è male riflettere prima di sposare le consuete categorie logiche.
Intendo dire che non c’è dubbio che chi sbaglia paga.
Solo che non c’è dubbio anche sul fatto che chi si trova in situazioni da cui può derivare una sua responsabilità economica si adopera principalmente in due modi: prima di tutto cerca di fare del suo meglio e non sbagliare; e poi cerca di non mettersi in situazioni in cui il rischio di sbagliare sia elevato e, comunque, in cui il danno che dovrebbe essere risarcito si preannuncia rilevante.

Cominciamo dal secondo; e, per capirci bene, vi propongo un storiella che mi ha raccontato un mio amico ortopedico che era andato negli Stati Uniti per specializzarsi nelle operazioni alla colonna vertebrale. Quando è tornato siamo andati a cena e gli ho chiesto come era andata. E lui: “Benissimo, ho imparato tutto” Cosa, ho detto io. E lui: “Ho imparato che le operazioni alla schiena è meglio non farle; e infatti io non ne farò”. Poi mi ha spiegato: “Negli USA le assicurazioni si rifiutano di stipulare contratti per le operazioni alla schiena; perché il rischio che la patologia non sia curata e che il paziente dopo l’operazione stia proprio come prima è elevato (cosa che sapevo anche prima di partire); e siccome il paziente che si è fatto operare e che poi non sta bene come pensava è un po’ …arrabbiato, in genere finisce con una citazione per danni; siccome in effetti è vero che l’operazione non gli è servita, finisce quasi sempre che le giurie gli danno ragione. Quindi le assicurazioni hanno deciso che si tratta di un ramo in perdita e lo hanno tagliato. Quindi gli ortopedici sanno che, in casi come questo, debbono pagare di tasca loro. Quindi gli ortopedici quste operazioni non le fanno.”

Adesso proviamo a immaginare cosa succede in un processo civile o penale, dove, come ho raccontato nel post precedente, il rischio che un sentenza successiva affermi che la sentenza precedente è sbagliata è alto; e dove la tendenza a scambiare questa evenienza con l’“errore giudiziario” che giustifica una richiesta di risarcimento danni è elevato.
Siccome il giudice non può fare come l’ortopedico, cioè non può rifiutarsi di decidere, cosa farà? Visto che non è né un martire per vocazione né necessariamente un imbecille, se proprio deve decidere (e lo deve per legge) per prima cosa adotterà supinamente la tesi giuridica consolidata, anche se magari nel caso che deve giudicare sarebbe proprio meglio adottarne una diversa, innovativa ma più giusta. E poi, comunque, darà ragione al più ricco e potente perché è quello che è in grado di fargli più male: può permettersi avvocati bravi e costosi, presumibilmente i danni che ritiene di aver subito saranno più rilevanti e insomma meglio prendersela con il poveraccio di turno.

Siccome queste cose, in tempi in cui la caccia al magistrato era vietata perché specie protetta, le capiva chiunque, ecco che la legge sulla responsabilità civile a seguito di errore giudiziario prevedeva che il danno lo pagasse lo Stato; perché solo così si era sicuri che il Giudice, tranquillo e sereno, facesse del suo meglio e restasse imparziale come tutti a gran voce si augurano.
Quando è arrivato il referendum (la famosa volontà popolare figlia della propaganda governativa e no) che voleva rendere finalmente questi giudici non privilegiati (e che diamine, chi sbaglia paga) si è cercato di limitare i danni (con una legge in effetti sensata, una delle ultime, quella di cui ho parlato nel post precedente), rendendo i magistrati direttamente responsabili nel caso di dolo o colpa grave e nei limiti di un terzo dello stipendio annuo.
Adesso non va bene nemmeno questo. Debbono pagare tutto, debbono pagare tutti e così imparano.
Nessuno che si chieda che cosa succederà alla giustizia italiana.

Quanto al primo problema, come ho detto, i magistrati fanno e faranno del loro meglio e cercheranno di non sbagliare, e poi faranno come fanno già oggi: si assicureranno. Solo che pagheranno un po’ di più.
Certo, pagare l’assicurazione è un po’ una scocciatura, si rischia di pagare una bella somma. Ma possibile che i nostri politici ritengano una riforma seria ed importante, utile per migliorare il sistema giudiziario italiano, questa trovata di far pagare ai Magistrati 1000 euro all’anno invece di 200, quanti ne pagano ora? Ma andiamo!
E comunque: ma non gli basta che un Magistrato che commetta una delle colpe (non parliamo dei casi in cui agisce con dolo) previste nella legge del 1988 passi un sacco di guai? Perché un magistrato che condanni qualcuno in base a fatti inesistenti, come minimo si becca censura, ammonimento, perdita di anzianità; e certamente si scorda, da quel momento in avanti di essere nominato Capo di un Ufficio. Un Magistrato che arresta qualcuno senza prove o lo fa scarcerare perché fa scadere i termini viene cacciato; proprio recentemente è successo, e non una sola volta.
Allora, se lo scopo è di fargli male, a questi Magistrati fannulloni, pigri, incompetenti, a prescindere dal risarcimento del danno (perché comunque quello o lo paga lo Stato o lo paga l’assicurazione); beh, già gliene succedono di tutti i colori.

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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Il 29 luglio alcuni senatori del PdL e del PD hanno partorito l’ “Atto di Sindacato Ispettivo n° 1-00019”, contenente una somma di proposte in materia di giustizia. Qui ne commento una: “f) la modifica della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, con modalità tali da garantire ai cittadini, ingiustamente danneggiati da provvedimenti del giudice o del pubblico ministero, il risarcimento integrale dei danni direttamente dal magistrato, pur con la previsione di meccanismi volti ad eliminare il pericolo di azioni intimidatorie e strumentali;”

Apparentemente si tratta di norma condivisibile e razionale; non c’è dubbio che chi sbaglia, paga. Il punto è che, come si capisce bene dall’inciso “risarcimento integrale dei danni direttamente dal magistrato” il punto che interessa la nostra pattuglia di senatori in servizio estivo non è assicurare ai cittadini vittime di colpe professionali dei magistrati un adeguato risarcimento; ma è quello di fare in modo che questo risarcimento sia corrisposto proprio dal magistrato personalmente.

La cosa risulta incontrovertibile se solo si apprende (o si ricorda, per chi già lo sa) che una legge sulla responsabilità dei magistrati esiste dal 1988: è la legge 13 aprile 1988, n. 117. In base ad essa il cittadino vittima di provvedimenti giudiziari caratterizzati da
1 - una grave violazione di legge;
2 - l’affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrastabilmente esclusa dagli atti del procedimento;
3 - la negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrastabilmente dagli atti del procedimento;
4 - l’emissione di un provvedimento concernente la libertà della persona fuori dei casi consentiti dalla legge oppure senza motivazione;
ha diritto ad un risarcimento del danno.

Il cittadino ha anche diritto al risarcimento del danno in caso di diniego di giustizia, che significa omissioni o ritardi ingiustificati nelle sentenze o in altri provvedimenti.

Il problema che evidentemente angustia i nostri senatori è che, al momento, chi risarcisce il danno al cittadino è lo Stato il quale poi si rivale sul magistrato, ma gli può chiedere solo una somma che non superi il terzo del suo stipendio annuale. Secondo loro il magistrato deve rimborsare lui tutto il danno cagionato, di tasca sua. E, come ho detto, non sarei contrario.

Bisogna però riflettere su alcuni aspetti del problema cui, mi pare evidente, la pattuglia di legislatori non ha prestato soverchia attenzione...

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TOGHE ROTTE: LA RUBRICA SULLA GIUSTIZIA DI BRUNO TINTI

Quando la Corte Costituzionale ha bocciato il lodo Schifani (che sarebbe il lodo Alfano prima versione; perché Berlusconi ci aveva già provato a farsi una legge che ponesse lui e i suoi amici al di sopra della legge) ha detto che l’intento del legislatore (sarebbero Berlusconi e il suo portavoce di allora Schifani) era quello di tutelare il sereno svolgimento delle rilevanti funzioni proprie delle Alte Cariche dello Stato. Secondo la Corte Costituzionale questa cosa poteva anche essere fatta; però in armonia con i principi fondamentali dello Stato di diritto. Poi la legge venne dichiarata incostituzionale perché assicurava l’immunità a vita e questo era un po’ fuori dell’ “armonia con i principi fondamentali etc”.
Adesso lo stesso legislatore (ha solo cambiato portavoce, adesso c’è Alfano) ci riprova: siccome la Corte Costituzionale gli ha detto che l’immunità a vita non va bene, si accontenta di un’immunità per una sola legislatura; per il resto, tutto uguale.
Così c’è da chiedersi se il sereno svolgimento delle funzioni delle Alte Cariche lo debbono proprio pagare gli altri cittadini, quelli che non sono e non saranno mai Alte Cariche ma che con queste magari qualche problema potrebbero anche averlo.
Perché non si deve dimenticare che anche le Alte Cariche dello Stato sono comuni cittadini; anche loro conducono, nei momenti lasciati liberi dalle alte funzioni che ricoprono, una normale vita di relazione. Si innamorano, si sposano, concepiscono e partoriscono figli, tengono animali di compagnia, guidano l’automobile, l’aereo, l’elicottero, le barche, a vela o a motore che siano; in qualche caso svolgono professioni: sono medici, ingegneri; in altri casi sono imprenditori e posseggono aziende. Insomma, sono Alte Cariche ma restano uomini che vivono nel mondo. E se si accorgono che la moglie o il marito li tradisce? Se si innamorano di un'altra donna o di un altro uomo e abbandonano la famiglia? Se litigano con la moglie o il marito e gli ficcano un paio di ceffoni e questa o questo cade e si fa male? Se danno un calcio al cane e lo abbandonano sull’autostrada? Se omettono di adottare, nella loro azienda (qualcuno ne ha, magari anche parecchie) misure antinfortunistiche e ci scappano uno o più morti? Se smaltiscono i rifiuti delle loro mega ville un po’ alla garibaldina? Se addirittura le megaville se le costruiscono in barba a piano regolatore, vincoli paesaggistici e idrogeologici etc? Se mandano il capo della loro scorta a comprargli la cocaina? Se insomma commettono uno dei tanti reati che non hanno nulla a che fare con le funzioni proprie della loro Alta Carica Politica e per i quali tanti cittadini ogni giorno vengono sottoposti a processo?
Secondo il lodo Alfano non gli deve succedere nulla; perché l’unico modo per governare serenamente e pacificamente il Paese è una licenza a delinquere. E insomma l’interesse pubblico avanti tutto.

Ma poi, come le tuteliamo le vittime dei reati commessi dalle Alte Cariche dello Stato?
Beh, dice il lodo Alfano, prima di tutto c’è il processo civile; e poi il giudice può acquisire le prove non rinviabili.
Trattasi di una bufala.
Per esempio, se l’Alta Carica dello Stato decide di non corrispondere alla moglie o al marito che l’ha tradita l’assegno alimentare stabilito dal giudice al momento della separazione, commette il reato di cui all’art. 570 codice penale, la violazione degli obblighi di assistenza familiare. Che si fa? Il processo penale non si può fare, prove non rinviabili da acquisire non ce n’è, è tutto pacifico, l’Alta Carica non scuce un quattrino e la moglie e i bambini piccini muoiono di fame. Ma il Ministro Alfano dice che resta il processo civile; così la moglie o i figli abbandonati in condizioni di indigenza, possono adire il Tribunale civile e richiedere gli opportuni provvedimenti di urgenza, per esempio il sequestro dei beni; poi possono richiedere un processo di esecuzione per far vendere questi beni e soddisfare le loro esigenze sul ricavato. In capo a un anno (magari due), più o meno, avranno ottenuto giustizia; nel frattempo c’è da sperare che la carità pubblica e privata li sovvenga. Nel caso dell’Alta Carica dello Stato che faccia mancare i mezzi di sussistenza, in realtà, c’è un altro sistema, quello previsto dall’articolo 156 del codice civile: su richiesta dell’avente diritto, il giudice può … ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere … somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. Sicché potrebbe avvenire che la Presidenza del Consiglio, o la Presidenza della Repubblica o la Camera o il Senato siano tenuti a corrispondere ai congiunti creditori di assegni alimentari le somme in questione, trattenendole direttamente dallo stipendio che dovrebbe essere versato all’Alta Carica dello Stato; non so se avverrà mai ma sarebbe certamente uno spettacolo assai peculiare.

E se l’Alta Carica dello Stato si abbandona a maltrattamenti in famiglia (mena la moglie e i bambini piccini), commettendo il reato di cui all’articolo 572 del codice penale? Il reato di maltrattamenti in famiglia non è cosa da poco, è punito con una pena che va da uno a 5 anni di reclusione. Anche qui, prove urgenti non ce ne sono: i certificati del pronto soccorso li abbiamo già e la denuncia della moglie e dei bambini pure. Quello che servirebbe sarebbe una misura cautelare, magari non proprio l’arresto ma almeno il divieto di vivere nella casa coniugale o l’obbligo di allontanarsi dal Comune dove risiedono i familiari maltrattati. Beh, anche questo non si può fare: mogli e bambini piccini altra scelta non avranno che la fuga, sempre che sia possibile.

E se l’Alta Carica dello Stato picchia il cane e lo tratta male (reato di cui all’art 727 del codice penale)? Non possiamo sequestrarglielo con decreto di sequestro preventivo (art. 323 codice di procedura penale) perché il processo non si può fare; non possiamo manco dirgli di piantarla di maltrattare il cane, l’Alta Carica è “immune”, lo dice la legge. E che il cane si arrangi.

E se l’Alta Carica gestisce un’azienda i cui macchinari sono pericolosi? Anche qui niente sequestro, niente misura cautelare, niente di niente; può continuare a farla funzionare come e quanto gli pare, le prove sono state tutte raccolte, il processo non si può fare, l’Alta Carica ha la sua fabbrica e ci fa quello che vuole.. E se poi muore qualcuno? Ma che problema c’è, l’Alta Carica si beccherà un bel processo civile.

Insomma, mi viene in mente un vecchio detto romanesco: quante me ne ha date! Ma quante gliene ho dette!
Per finire: ma qualcuno si è posto il cosiddetto problema Riina - Provenzano - delinquenti vari? Voglio dire, se un grosso delinquente, dopo una vita di delitti e di sopraffazioni e di imbrogli e di corruzioni; insomma dopo una vita di spietata e criminale immoralità, pensa bene di utilizzare i soldi, il potere, l’influenza che si è guadagnato con la sua vita di delitti per influire in vari, magari efferati, modi sull’elettorato e su partiti politici; se così facendo riesce a farsi eleggere parlamentare e poi accedere a una Alta Carica? Insomma, che ne facciamo di uno che con corruzioni, ricatti, magari omicidi, conquisti il potere politico? Lo lasciamo a governare per tutta la durata del mandato, protetto da quello stesso ordinamento che egli ha violato e che, ovviamente, continuerà a violare in misura sempre maggiore? E, a quel punto, quale sarà la differenza tra il nostro Paese e uno qualsiasi degli Stati soggetti a dittature militari o criminali?

Bruno Tinti


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