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Risposta a Tinti

Caro Bruno,
ecco la seconda risposta (ma ce ne vorrebbero molte altre) al tuo messaggio.

A proposito di denaro buttato al vento e di degrado giudiziario, il tuo intervento mi ha portato alla mente un processo che ho chiuso (con sentenza – purtroppo  –  di prescrizione) proprio quest’anno. Non è facile condensare nelle poche righe di un post una vicenda che costituisce, da sola, un significativo capitoletto di storia giudiziaria, ma ci proverò.

Si tratta di un procedimento a carico di un custodie giudiziario del nostro Tribunale e di tre carrozzieri che lavoravano (di fatto) alle sue dipendenze, per numerosi delitti di ricettazione di autotreni ed autoarticolati, rubati nelle più svariate zone d’Italia e prontamente da lui “ripuliti“ con le solite targhe di mezzi demoliti, rottamati, incidentati e contestuale alterazione del numero di telaio (mediante abrasione, sostituzione, reincollaggio e via discorrendo, insomma con i metodi di routine)
.
In realtà, bene avrebbe fatto il Pubblico Ministero a contestare il delitto di riciclaggio, ma penso che abbia deliberatamente scelto di contestare la semplice ricettazione, proprio per evitare di mandarlo davanti al Tribunale in composizione collegiale, che attualmente è affondato in una via senza ritorno a causa dell’insensata sentenza “IANNASSO ED ALTRO“ (si chiama così dal nome dei ricorrenti) della Corte di Cassazione.

Quella – per capirci  –  che dice che quando muta anche uno solo dei componenti del collegio il processo si deve rifare tutto quanto da capo (rif.:  sentenza n. 2 del 1999 delle Sezioni Unite Penali).
Oppure, più realisticamente, è stato contestato il delitto di ricettazione perché il P.M. ha delegato a qualche carabiniere in forze al suo ufficio la redazione dei capi d’imputazione relativi ai processi che – almeno ad una valutazione superficiale – sembrano di competenza del Tribunale in composizione monocratica, perché lui non ce la fa a seguire le vagonate di fascicoli che ogni giorno gli vengono riversate in ufficio e si fa aiutare (di fatto, senza dirlo a nessuno, che poi tanto lo sanno tutti che la cosa funziona così) dai componenti della Polizia Giudiziaria al suo servizio.

La cosa più sorprendente che ho scoperto nel corso di questo processo è che questo signore – al quale io stessa, così come tutti gli altri colleghi del Tribunale, ho molte volte liquidato il compenso per la custodia dei numerosi automezzi sottoposti a sequestro penale – era stato già raggiunto da molte condanne per reati anche molto gravi ed aveva ancora parecchi processi pendenti a suo carico.
In particolare, aveva già subito due condanne definitive per trasporti abusivi, due per bancarotta fraudolenta, una per violazione delle norme sui rifiuti (riferita ad un’area destinata alla demolizione di autovetture, che a Roma è indicata brevemente  come “sfascio “) ed infine una per sequestro di persona e lesione personale in concorso, che non mi pare proprio un peccato veniale come un divieto di sosta!

Ti lascio poi immaginare la fatica che ho dovuto fare per istruire questo processo che, tra l’altro, è arrivato davanti a me per la prima volta a distanza di sei anni dai fatti. Ho dovuto sentire tutti i derubati, che erano camionisti provenienti da tutte le parti d’Italia e che spesso ho dovuto far venire con la forza, accompagnati dai Carabinieri, perché per loro venire a Roma a rendere testimonianza significava perdere un giorno di lavoro (e li capisco bene, poveracci!).
Ma mi dovevano pur spiegare come avevano fatto a riconoscere come proprie le motrici ridipinte con i colori dell’azienda del mio imputato (chiaramente per quello che concerne i c.d. “gusci“, cioè le parti accessorie dell’ autotreno, beh … quelli erano stati definitivamente cambiati: betoniere trasformate in carri frigoriferi, bisarche modificate, e via discorrendo… ).

Poi c’è stato il problema delle deposizioni degli appartenenti alle Forze dell’Ordine: il carabiniere (o il vigile urbano o il poliziotto, va’ a sapere) a cui il collega P.M. aveva delegato la redazione del capo d’imputazione aveva indicato in lista testi due o tre poliziotti a casaccio: nessuno di essi aveva coordinato le indagini, né sapeva dirmi molto sugli accertamenti effettuati sulle motrici.
Ho impiegato quasi due anni prima d’individuare, a colpi di art. 507 c.p.p. (e cioè azionando il potere di ricerca della prova in corso d’istruttoria che è concesso, in via eccezionale, al Giudice del dibattimento) i due poliziotti che avevano una conoscenza completa della vicenda.

Eh sì, perché il dibattimento ha una struttura pesante, non ha l'agilità (almeno teorica) d’un ufficio di Procura: io dispongo la citazione del teste Tizio e la metto a carico di una delle parti, ma per sentirlo nel contraddittorio delle parti devo rinviare a udienza fissa e, quando tutto va bene, non potrò fissarla prima di otto o nove mesi e così passano due anni come niente, anche perché – spesso – la prima citazione va a vuoto.

Non basta: gli imputati erano tre, ma i difensori erano sei (ogni imputato ha diritto ad avere fino a due difensori) e tutti, periodicamente, hanno avuto qualche (reale o presunto) malanno o qualche impegno professionale, per cui ho dovuto rinviare “per legittimo impedimento del difensore per ragioni di salute o per ragioni professionali“.
Infine, com’è noto, sono orami tre anni che i tribunali si bloccano per gli scioperi a raffica degli avvocati (ma se si parla con gli avvocati non si deve dire che “scioperano“: è una parola che li offende, suona tanto di metalmeccanico; si deve dire che si “astengono“, che poi non cambia nulla, ma fa più chic, più libero-professionista).

Nel frattempo, è entrata in vigore la legge 7 dicembre 2005, n. 251, (c.d. “ex  Cirielli“) che ha accorciato il termine di prescrizione massima del delitto di ricettazione da quindici a dieci anni, ma siccome il dibattimento del mio processo era già stato dichiarato aperto da un bel pezzo prima dell’entrata in vigore di questa normativa demenziale, contavo di poter riuscire a chiudere prima che si prescrivesse.
Nulla da fare.

Dopo un po’ (giustamente) la Corte Costituzionale, con sentenza n. 393 del 23 novembre 2006, ha dichiarato incostituzionale la norma transitoria che escludeva dal regime di prescrizione più favorevole al reo i processi di primo grado per i quali era stato già dichiarato aperto il dibattimento. Insomma, per farla breve, ho dovuto applicare la prescrizione decennale a tutte le ricettazioni contestate a questo bandito che, grazie alla legge “ex  Cirielli“, e poi anche grazie alla legge Gozzini (quella che dice come va scontata la pena: a casa propria) e soprattutto grazie all’odierno codice di rito penale, non solo se ne va allegramente a spasso senza aver scontato un giorno di galera, ma fa pure lauti affari con lo Stato che gli paga un bel deposito giudiziario assai esteso, tant’è che s’è potuto permettere uno degli avvocati più quotati del nostro foro.

E la sai l’ultima?
Stamattina (giuro!) m’è arrivata una decina di sue istanze di liquidazione per il compenso a lui dovuto per aver tenuto in custodia vari autoveicoli di provenienza furtiva relativi a diversi procedimenti penali da me definiti!

Insomma – mi par di capire – lo Stato gli paga un compenso e lo premia non perché rende un servizio, ma perché … riesce (benemerito!) a vincere la tentazione di rivendersi sottobanco tutti gli autoveicoli che gli affida in custodia. Tanto lo Stato poi gli lascia la demolizione e lui si trattiene il telaio delle macchine demolite per ripulire le auto rubate che gli consegnano i poveri ladruncoli che si assumono tutto il rischio del furto in cambio dei pochi denari che gli dà lui, che non solo è quello che guadagna di più dai furti, ma non rischia un bel nulla, perché così funziona il delitto di ricettazione: il ladro è la bassa manovalanza ed il ricettatore è il vero boss.

Io mi pongo due domande.
La prima: perché per essere assunti in Tribunale occorre (giustamente) essere incensurati, ed invece per ottenere incarichi dal Tribunale non è un problema nemmeno una condanna per sequestro di persona e lesioni gravi?

La seconda: ma perché lo Stato, invece di affidarsi ai ricettatori (che sono pure cari), non si costruisce da sé i suoi bei depositi giudiziari? Così magari ricaverebbe anche qualcosa dalla vendita degli autoveicoli, effettuata per tempo, quando gli automezzi hanno ancora qualche valore di mercato, con aste serie e non con le solite buffonate a beneficio dei custodi e dei loro amici?

Franca Amadori – Giudice Tribunale Roma

Pubblicato il 23/9/2007 alle 15.13 nella rubrica Toghe Rotte - il libro.

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