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2012, la Francia fallisce. Come se l’Italia...

In un libro di fanta-finanza uno scenario da incubo. Che ci riguarda

di Stefano Feltri, Europa 

Quando il governo Prodi si è trovato tra le mani il primo tesoretto, ognuno aveva una sua idea su come impiegarlo. Il risultato ha scontentato un po’ tutti e, con il senno di poi, si è detto: andava usato per ridurre il debito pubblico. Ma spiegare ai propri cittadini che stanno vivendo al di sopra delle proprie possibilità sappiamo che non è esattamente popolare. Per questo è utile (e divertente) leggere un libro appena tradotto da Chiarelettere, Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?), a firma di un ex-ispettore delle finanze francese, Philippe Jaffré, e di un giornalista esperto di economia internazionale, Philippe Riés.

Tutto comincia nel 2012. Dopo aver scardinato il patto di stabilità nel 2003 con la complicità della Germania, la Francia ha iniziato a far lievitare il proprio debito, cresciuto fino al 180 per cento del pil (l’Italia è oggi al 106). Ma non può durare all’infinito. E infatti nel luglio del 2012, l’agenzia di rating Standard&Poor’s emette la sentenza: la Francia non è in grado di far fronte ai propri impegni, i suoi debiti sono a rischio e non devono essere classificati con la tripla A dei titoli di stato, ma con il giudizio BBB - dei bond spazzatura. È l’apocalisse finanziaria.

Jaffré e Riès dedicano trecento pagine a immaginare tutte le conseguenze di quello che è, a tutti gli effetti, un default dello stato. La bancarotta. Nessuno vuole più tenere in portafoglio gli Oat, i Bot francesi, tutti cercano di vendere. Ma non si trovano compratori, il mercato non c’è. I titoli francesi sono carta straccia. La valanga scatenata da debiti inesigibili (come è stato per i mutui subprime questa estate) travolge tutto: i libretti di risparmio dei cittadini francesi che hanno prestato soldi allo stato vengono congelati, le banche crollano in borsa, quelle più esposte verso il Tesoro rischiano il crack, il governo non può più emettere nuovi titoli di stato perché le aste di collocamento andrebbero deserte e così non riesce a trovare i soldi per rimborsare i prestiti in scadenza e per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici.

Ma non è finita, perché la crisi diventa subito politica. Uscire o no dall’euro? La tentazione di tornare a stampare i franchi e affidare all’inflazione il compito di ridurre il debito è forte, ma sarebbe un suicidio.

La Francia dovrebbe comunque rimborsare i creditori in euro, e con l’inevitabile svalutazione che seguirebbe all’uscita dalla moneta unica sarebbe impossibile sopravvivere. Ma il paese guidato da Nicolas Sarkozy è “too big to fail”, troppo grande per fallire, come scrivono i libri di economia.
Il resto del sistema finanziario non può convivere con una Francia nel caos. Intervengono la Bce e la Fed, iniettano liquidità e si fanno garanti della solvibilità del paese rispetto ai nuovi creditori, gli altri stati europei che prestano soldi per uscire dalla crisi, poi l’Fmi che impone all’ex-impero le sue ricette ultraliberiste quasi fosse un’Argentina qualsiasi. Tutto viene privatizzato, lo stato licenzia metà della pubblica amministrazione. Il welfare state non esiste più. Le elezioni vengono sospese, i partiti estremisti guadagnano consensi...

Solo fanta-finanza? Ci pensa la prefazione di Francesco Giavazzi a ricordare che nel 1992 in Italia siamo stati a tanto così dal fare la stessa fine. Ricordate il famoso “prelievo” del governo Amato dai conti correnti? Eravamo sull’orlo della bancarotta.

E da allora non abbiamo imparato molto.

Pubblicato il 19/12/2007 alle 18.5 nella rubrica Il giorno in cui la Francia è fallita.

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