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Blackout Giustizia

Vignetta di NatangeloColloquio con Bruno Tinti*
di Peter Gomez
l'Espresso, 12 giugno 2008

Argomenti pretestuosi. Dati falsi o infondati. Così la politica dà l'assalto alle intercettazioni. Per imbavagliare le indagini. Sottrarsi ai controlli. E coprire i comportamenti illegali. Parola di pm.

Era nel suo programma e Silvio Berlusconi lo ha ribadito a Santa Margherita Ligure tra gli applausi scroscianti dei giovani della Confindustria: intercettazioni d'ora in poi consentite solo nelle inchieste di mafia e terrorismo e cinque anni di carcere per i giornalisti che le dovessero pubblicare. La grande contro-riforma del Cavaliere avanza a passi veloci verso il Consiglio dei ministri in cui il Guardasigilli Angelino Alfano la tradurrà in disegno legge.
 
La maggioranza però non è compatta. La Lega vuole che gli ascolti restino anche per altri reati, a partire da quelli di corruzione e concussione. An nicchia. Su un punto però in Parlamento e al Quirinale tutti, o quasi, sono d'accordo: in Italia s'intercetta troppo, si spende troppo e si viola troppo la privacy dei cittadini. Per questo il presidente Giorgio Napolitano invita ad approvare una legge condivisa trovando porte spalancate anche nel Pd.

Ma davvero esiste in Italia un'emergenza intercettazioni? 'L'espresso' ne ha discusso con un tecnico, il procuratore aggiunto di Torino Bruno Tinti, autore tra l'altro del bestseller Toghe rotte. La giustizia raccontata da chi la fa', 100 mila copie vendute che illustrano bene le cause del mal funzionamento dei tribunali in Italia. E, dati alla mano, ha scoperto che le cose stanno in maniera molto diversa, rispetto a quanto ripetuto nelle aule parlamentari. Per Tinti, infatti, "questa lotta alle intercettazioni non è altro che la decisione di parte della classe politica e dirigente italiana di sottrarsi al controllo di legalità. Perché tutti gli argomenti utilizzati per giustificarla sono infondati o falsi...".

Ma come? Il ministro Alfano afferma che da noi s'intercettano ogni anno più di 100 mila persone, è un numero enorme...
"Sì, ma si tratta di un dato non veritiero. Perché si fa confusione tra utenze ed utenti. Un conto sono gli apparecchi messi sotto controllo, che possono benissimo essere 100 mila, e un conto è il numero degli intercettati. A Torino, per esempio, mediamente si mettono sotto, come diciamo in gergo, dieci utenze a persona".

Cioè controllate anche i familiari e amici? Mi pare grave...
"Ma no! Il fatto è che chi delinque sa benissimo di poter essere intercettato. E allora non utilizza il proprio telefono ufficiale per le attività criminali. Noi quindi andiamo a caccia dell'apparecchio buono. Partiamo da quello che conosciamo, spesso la sua utenza fissa, la ascoltiamo e se nel giro di due o tre giorni capiamo che non è giusto, lo molliamo e passiamo agli altri. Così, di telefono in telefono, arriviamo a trovare quello esatto. Le prime intercettazioni, quelle che gonfiano le statistiche, durano pochissimo. Nel caso degli spacciatori, poi, è prassi che ciascuno di essi utilizzi più schede telefoniche o contemporaneamente o in successione".

Però l'aumento delle intercettazioni c'è stato: le utenze messe sotto controllo durante il 2003 erano 78 mila. Oggi sono 125 mila...
"Sì, ma è falso che si tratti di una crescita abnorme. Anche in questo caso, come quando si dice che buona parte del Paese è intercettata, si dice una cosa non vera. E per rendersene conto è sufficiente osservare i dati: la curva dei telefoni in uso cresce di anno in anno e così cresce anche quella delle intercettazioni. Ma la seconda curva sale meno della prima. È anzi molto più bassa".

Per lei le critiche insomma arrivano da chi non conosce la situazione...
"O fa finta di non conoscerla. Basta guardare un'altra curva, quella dei reati. Nel 2007 erano circa tre milioni, con un aumento del 5,15 rispetto l'anno precedente. Ebbene la curva dei reati e quella delle intercettazioni sostanzialmente coincidono, perché se aumentano i reati aumentano gli ascolti. Ma allo stesso modo, non in misura maggiore".

Quindi non c'è l'abuso denunciato dalla politica?
"Guardi, noi a Torino noi ogni anno apriamo circa 200 mila fascicoli d'indagine, 25 mila dei quali sono contro indagati noti. Ebbene solo in 300 fascicoli vengono richieste intercettazioni".

Sì, però da più parti si fa notare che vi occupate poco della delinquenza comune, e molto di quella che riguarda le classi dirigenti. In fondo è proprio così che un magistrato finisce sui giornali...
"Quando leggo certe cose, mi arrabbio davvero. Le spiego esattamente cosa accade qui, premettendo che i nostri numeri sono sostanzialmente speculari a quelli nazionali. Ebbene, quei 300 fascicoli nei quali si fa ricorso alle intercettazioni, magari contro più persone, sono suddivisi così. Il 50 per cento riguardano il traffico di droga. Il 15 per cento omicidi consumati o tentati e reati contro la persona. Un altro 15 per cento attiene poi alla criminalità organizzata".

E il resto? Tutte intercettazioni di colletti bianchi?
"Macché. Sul 20 per cento che rimane la metà è rappresentata da fascicoli a tutela delle cosiddette fasce deboli: parlo di violenze sessuali o di pedofilia. Solo con le intercettazioni si possono trovare prove che reggano le verifiche dibattimentali. Il disegno di un bimbo che racconta la violenza subita basta per aprire un'inchiesta, non per arrivare a una condanna. I fascicoli riguardanti i reati contro la pubblica amministrazione e contro l'economia sono pochi: insomma, solo un trentina su quei 300".

Ma al di là dell'utilità, c'è il problema dei costi. Alfano dice che per le intercettazioni va via il 33 per cento delle spese di giustizia.
"Altra cosa non vera. Nel 2007 lo Stato ha messo a bilancio per la giustizia più di 7 miliardi e mezzo di euro e ne ha spesi 224 milioni per gli ascolti. Si fa confusione tra il budget complessivo del ministero e una delle sue voci, le 'spese di giustizia' appunto, che ricomprendono anche i compensi a periti e interpreti, le indennità ai giudici di pace e onorari, il gratuito patrocinio, le trasferte. E poi non si dice che con le intercettazioni lo Stato ci guadagna o va in pari".

Come ci guadagna?
"Pensi a quello che accade con quel 10 per cento di ascolti dedicati alla criminalità economica e finanziaria. Per scoprire il cosiddetto carosello Iva (le truffe sui rimborsi Iva) e le fatture false non bastano purtroppo le verifiche della Guardia di finanza. La contabilità è infatti sempre perfettamente in ordine. Senza intercettazioni noi come facciamo a dimostrare che quelle fatture, transitate per una società ungherese per poi andare nel Dubai, sono false? E come facciamo a scoprire i ritorni in nero e sequestrare il denaro? A Milano i miei colleghi nell'inchiesta sulle cosiddette scalate bancarie hanno speso 8 milioni di euro. Ma già oggi i 64 indagati, per ottenere di patteggiare, di milioni ne hanno versati 340. E parte di quel denaro è stato messo a bilancio dallo Stato per la costruzione di nuovi asili".

Ma i costi si possono comunque ridurre?
"Certo e lo si sta già facendo, anche se si potrebbe fare molto di più".

Come?
"Una parte significativa delle spese è dovuta ai soldi che lo Stato versa alle società di gestione telefonica per noleggiare le linee. Ma i gestori, parlo di Telecom, Wind, Vodafone e gli altri, sono aziende che operano in regime di concessione e che guadagnano molti soldi. Allora qualcuno mi vuol far capire perché lo Stato non inserisce nei contratti una clausola che preveda assistenza gratuita, o quantomeno a prezzi molto bassi, per le intercettazioni?".

In ogni caso solo poco più del 20 per cento dei soldi spesi sono imputabili al noleggio linee...
"Sì, e infatti c'è anche un'altra follia. Il ministero noleggia tutti gli impianti, le microspie, i sistemi di localizzazione satellitare. C'è da chiedersi perché non se li compri. O almeno perché le cimici, i Gps e le microcamere non vengano acquistate dal ministero degli Interni che dovrebbe fornire alle forze di polizia tutti gli strumenti utili alle indagini".

Dicono che l'innovazione tecnologica è tale da rendere impossibile per lo Stato starle al passo...
"E chi se ne importa! Un apparato completo per le intercettazioni come quello che utilizziamo a Torino costa più o meno 2 milioni di euro. Solo che noi lo noleggiamo e così di milioni all'anno ne spendiamo quattro. Insomma l'hardware di questo tipo si ammortizza in sei mesi. E visti i prezzi, una volta acquistato si potrebbe benissimo cambiarlo ogni due anni - cosa che oggi non avviene - continuando a risparmiare. Ma non basta, perché con un apparato simile noi potremmo effettuare intercettazioni per tutte le procure del Piemonte. Ma per farlo bisogna centralizzare i punti d'ascolto".

Intanto però le indagini diventano intercettazioni-dipendenti. È stato detto che la polizia non sa più fare i pedinamenti.
"Mi pare logico: la criminalità usa i telefoni satellitari e i computer e noi li seguiamo a piedi. Anche negli ospedali oggi si usano le Tac e nessuno si lamenta per il declino dello stetoscopio... Ma come si fa a dire una cosa del genere?".

Resta la questione della privacy, delle storie personali che finiscono sui giornali anche se non ci sono reati.
"Guardi, se analizziamo quanto è accaduto in questo paese ci rendiamo conto che quello della privacy è un discorso finto, utilizzato da chi nella classe politica e dirigente vuole semplicemente nascondere le proprie malefatte. Pensi che, come esempio di privacy violata, viene spesso citata la pubblicazione di un sms di Anna Falchi. Voglio dire: c'è una signora, che si è tolta le mutande in diretta televisiva, la quale si lamenta perché è stato intercettato un messaggio in cui diceva 'tanti baci caro, ti amo'. Certo, si poteva benissimo evitare di pubblicarlo, ma siamo seri, non mi pare che questo sia il punto".

E allora qual è, secondo lei?
"È una questione di costi e benefici. Se vogliamo combattere il crimine bisogna accettare l'intromissione nella sfera privata di pochi cittadini. Per fare la frittata, cioè arrestare un assassino o un corrotto, bisogna rompere le uova".

Ma la pubblicazione di fatti privati non attinenti alle indagini, è un problema...
"Sì e lo si può risolvere. Ma la verita è che sui giornali non avviene quasi mai una violazione ingiustificata della privacy. Questa si verifica solo quando vengono resi noti fatti privati di persone verso le quali non esiste un interesse pubblico. La storia di corna del salumiere non mi pare che di solito finisca sulla stampa. Sul giornale leggiamo invece i fatti che riguardano le classi dirigenti".

Che a volte non sono reato...
"Allora distinguiamo. Ci sono fatti di rilevanza penale che si possono pubblicare una volta che l'indagato ne ha avuto conoscenza. Per farlo non è necessario attendere il processo. Se l'episodio è rilevante l'opinione pubblica non può aspettare dieci anni prima di sapere. Non è forse giusto che i cittadini e gli investitori conoscano i rapporti tenuti dall'ex governatore di Bankitalia con i protagonisti della scalate bancarie del 2005? A me pare di sì".

E quelli non penalmente rilevanti?
"Se fanno capo a un uomo pubblico interessano l'opinione pubblica. Quel deputato che andava a prostitute e tirava cocaina, probabilmente non ha commesso reati. Ma visto che era un sostenitore della famiglia e un proibizionista, credo che i suoi comportamenti possano essere legittimamente conosciuti dai cittadini. E il discorso vale pure per me. Se io, che sono un magistrato, andassi tutte le settimane a caccia nella tenuta di un mafioso, non commetterei un reato. Ma qualcuno vuole sostenere che chi lo scrive viola la mia privacy? Ma andiamo, la tutela di questa privacy in realtà è solo la tutela dei propri panni sporchi. Non risponde a un'esigenza etica. È la dimostrazione che in Parlamento c'è chi non vuole far conoscere le porcherie di cui si è reso protagonista".

*Bruno Tinti ha curato Toghe rotte per Chiarelettere

Pubblicato il 16/6/2008 alle 17.31 nella rubrica Toghe Rotte - il libro.

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